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Giuggiola, un frutto da scoprire
La giuggiola è uno dei pochi frutti che maturano in pieno autunno.
E' un frutto che ai tempi nostri è considerato raro. In Italia viene coltivato ancora nel Veneto in una ristretta area dei colli Berici che fa centro ad Arquà Petrarca.
Sino a poco tempo addietro era estremamente difficile trovarlo sui banchi della grande distribuzione, mentre ora che si sta risvegliando il desiderio della natura e quindi di tutto ciò che la natura produce naturalmente, la giuggiola comincia a farsi vedere timidamente sui banchi di vendita.
Il suo nome scientifico è Zizyphus ed appartiene alla famiglia delle Rhamnaceae.
La pianta ha un aspetto arbustivo e si presenta come un alberello di dimensioni piuttosto piccole. Raramente la pianta di giuggiole raggiunge altezze di una certa consistenza. I fiori hanno un colore giallo ed il frutto, della grandezza di un’oliva, ha la forma ovale dell’oliva o rotonda a seconda della specie, la grandezza di una oliva, ma il colore è completamente diverso anche se quando è acerba la giuggiola può essere scambiata facilmente per un’oliva. Matura assume una colorazione rosso amaranto che va a trasformarsi in marrone quando ha raggiunto la piena maturazione. La polpa del frutto maturo è bianca giallastra, compatta e qualche volta farinosa ed il suo sapore è subacido-dolciastro che ricorda quello del dattero.
E’ originario della Siria e si è sviluppato in tutto il bacino del Mediterraneo. Attualmente l’area di produzione dal mediterraneo si allunga fino alla Cina.
I greci facevano uso di questo frutto dal quale ricavavano per fermentazione un vino dolciastro. Erodoto ricorda la giuggiola per la sua dolcezza simile a quella del dattero ed appunto per il vino molto inebriante che se ne otteneva per fermentazione.
Ma prima dei greci furono gli egiziani ed i fenici a scoprire il frutto e le sue virtù sia enogastronomiche che medicamentose.
Le giuggiole si consumano fresche appena colte, ma si possono anche conservare. In questo caso
il frutto assume una colorazione più intensa e la superficie da liscia e tirata diviene grinzosa per
effetto della disidratazione della polpa che ne determina anche un aumento della dolcezza.
Sono utilizzate anche per realizzare ottime confetture e sciroppi.
Molto apprezzata anche la loro conservazione sotto grappa.
Più di una volta si è pronunciato o si è sentito pronunciare l’esclamazione “Sono andato in un brodo di giuggiole” per intendere una situazione vissuta con particolare soddisfazione.
Questa esclamazione deriva dal fatto che “Il brodo di giuggiole” è un antico liquore molto dolce che si ottiene dalla distillazione delle giuggiole e che si utilizzava per festeggiare eventi particolarmente felici. Anche questo distillato è diventato un prodotto molto raro a causa della scarsità di materia prima, ma nella zona dei colli Berici, in particolare ad Arquà Petrarca dove si concentra la maggiore coltivazione di questo albero e dove nel mese di ottobre, mese durante il quale maturano e si colgono le giuggiole, gli vengono dedicate due domeniche di festa.
Questa espressione viene riportata già nel 1612 nel vocabolario dell’Accademia della Crusca con la descrizione “godere di molto di chicchessia”.
Nella tradizione popolare si dava del “giuggiolino” a bambini buffi e grassottelli e del “giuggiolone” ai bambini già grandicelli e sviluppati fisicamente, ma ancora “ingenui” come bambini.
La giuggiola appartiene da sempre alla tradizione contadina che un tempo conservava questo frutto per l’inverno. Uno degli usi principali era quello del “filò” così detto perché le donne che durante le lunghe serate invernali filavano avevano bisogno di saliva per umettare le dita che trasformavano la lana in filo ed una giuggiola in bocca contribuiva ad ottenere questo risultato.
In questa zona è raro trovare un giardino od un orto privo di almeno una pianta di giuggiolo anche perché ha un bell’aspetto ornamentale. Il Petrarca che elesse il paese di Arquà a sua ultima dimora, testimonia la meraviglia che provò alla vista di questa pianta che allora era molto coltivata.
Ma ha anche delle proprietà medicinali conosciute fin dai tempi dei Faraoni. Le principali che gli venivano attribuite erano quelle emollienti ed antinfiammatorie. Nella medicina popolare era considerata, insieme al fico, al dattero ed all’ uvetta, uno dei quattro frutti “pettorali”.
Si usa sotto forma di infuso per prevenire e curare raffreddamenti ed infezioni delle vie respiratorie.
La giuggiola, inoltre, è diuretica, emolliente e lassativa.
La ricerca delle ricette ha presentato qualche difficoltà dovute allo scarso uso del prodotto e dal fatto che la sua maggiore utilizzazione è quella di consumarlo fresco.
Brodo di giuggiole
1°
Prendere delle giuggiole ben mature, conservare in luogo asciutto ed areato fino a che la buccia non assuma una colorazione scura ed una forma avvizzita, snocciolare e versare in un tegame con un poco d’acqua unitamente a delle mele cotogne sbucciate, snocciolate e tagliate a cubetti, una manciata di uva passa, zucchero ed una scorza di limone.
Mettere sul fuoco, portare a bollore e lasciare cuocere fino ad ottenere una crema dolce, densa e di colore scuro.
Passare al setaccio, imbottigliare, chiudere ermeticamente e conservare in luogo buio e fresco.
Generalmente questo tipo di brodo di giuggiole si utilizza per accompagnare dolci.
2°
Prendere mezzo Kg di giuggiole, lavare accuratamente e mettere in una pentola dove è stato già versato un litro d’acqua. Mettere sul fuoco, aggiungere un etto di zucchero, portare ad ebollizione e lasciare cuocere per una quindicina di minuti.
Togliere dal fuoco e lasciare freddare, filtrare ed aggiungere miele a piacere.
3°
Versione adottata ad Arquà Petrarca.
Prendere circa un Kg e mezzo di giuggiole mature e ben lavate, un Kg di acini d’uva lavati e sgocciolati e 350 gr di mele cotogne sbucciate, snocciolate e tagliate a cubetti.
Mettere una pentola con due litri d’acqua sul fuoco, versare le giuggiole, l’uva e le mele cotogne, aggiungere una scorza di limone, portare a bollore e fare cuocere a fuoco moderato fino ad ottenere uno sciroppo cremoso.
Togliere dal fuoco, lasciare raffreddare, filtrare, imbottigliare, tappare e conservare in luogo fresco ed al buio.
Può essere utilizzato anche dopo pochi giorni.
E’ ottimo anche per accompagnare biscotti secchi.
Ad Arquà Petrarca durante le due domeniche dedicate alla giuggiola offrono anche i Biscottini alle giuggiole che non sono altro che una rivisitazione degli zaeti, biscottini padovani con l’uvetta.
Nei biscottini alle giuggiole l’uvetta è sostituita da giuggiole avvizzite snocciolate.
Biscottini alle giuggiole
Prendere 300 gr di farina gialla e 180 gr di farina bianca, versare su una spianatora, mischiare e formare la fontana. Porre al centro della fontana 150 gr. di burro fuso ancora caldo, un etto di zucchero semolato, una mezza bustina di vaniglia in polvere ed un pizzico di sale.
Mescolare ed aggiungere una manciata di polpa di giuggiole precedentemente ammollata in acqua tiepida e ben strizzata ed la scorza grattugiata di un limone, continuare a lavorare con le mani aggiungendo lentamente una tazza di latte freddo fino ad ottenere un impasto compatto e solido.
Prendere dei pezzetti di impasto della grandezza di una noce, arrotondare con le palme della mani e mettere da parte.
Quando tutta la pasta è stata trasformata in palline mettere queste in una teglia precedentemente imburrata, schiacciare leggermente le palline e mettere al forno preriscaldato a 200°.
Lasciare cuocere per circa 15 minuti, togliere dal forno, staccare i biscottini dalla placca e lasciare freddare sopra una griglia.
Marmellata di giuggiole
Prendere un Kg di giuggiole mature, lavare accuratamente e mettere in una casseruola con poca acqua a bollire a fuoco moderato.
Quando sono ben cotte, togliere dal fuoco, passare al setaccio e rimettere sul fuoco con 700 gr. di zucchero (proporzione 1/0,7).
Lasciare cuocere a fuoco moderato fino a raggiungere la consistenza voluta.
Togliere dal fuoco, lasciare freddare per pochi minuti, versare nei barattoli chiudere e conservare in luogo fresco e poco illuminato.
da italiaetnica.it
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